Tutti gli articoli di Giulia Enrica D'Ambrosio

LA CIVILTA’ CONTADINA 1800 – 1960

Credits: Frank Monaco, Tony Vaccaro, G. Cucciniello

Una sola idea nuova è penetrata testé, quella dell’emigrazione, la quale aiutata dal fatto di qualche risultato favorevole, poteva divenire minacciante per la prosperità di questi luoghi. Così queste popolazioni non potendo entrare in massa nel gran movimento di idee e di utilità del proprio paese, trovano più comodo mandare esploratori nel nuovo mondo; né sarebbe strano che ove potentemente non fosse aiutato il loro sviluppo e progresso nel luogo ove nacquero, si levino un giorno come uno stormo di uccelli per traversare a schiera l’oceano[1].

Così, in una sua nota, scriveva nei primi anni Settanta del 1800 il prefetto Francesco Contin di Castel Seprio, che all’epoca ricopriva l’incarico di sottoprefetto per la Provincia di Campobasso, analizzando il crescente fenomeno dell’emigrazione.

In particolare, nei comuni del circondario di Isernia iniziavano a scorgersi i primi segnali del fenomeno che segnerà la storia recente della nostra regione. Ed il Prefetto, con lucida obiettività, in sostanza disegnava con queste frasi il quadro di quello che sarebbe stato il cammino dei molisani nel mondo.

La situazione economica e sociale delle Province meridionali (e del Molise in particolare), durante gli  stravolgimenti sociali e politici del 1860, non era sostanzialmente mutata da quella descritta da Giuseppe Zurlo (Baranello CB, 1759 – Napoli, 1828 [2]  Zurlo all’epoca dei fatti ricopriva la carica di Ministro dell’Interno e in riferimento all’applicazione della Legge del 23 ottobre 1809  relativa all’istituzione dei Commissari per la liquidazione degli usi civici [3] ,  diede  una personale interpretazione nel merito della Legge del 2 agosto 1806. Egli sostenne che la legge: abolì le prestazioni personali, tutti i diritti giurisdizionali, le privative, ma conservò ai baroni tutto ciò che essi possedevano per causa del dominio feudale, e di quello che si conservava non fu bastevole ad estinguere quello che la feudalità aveva di odioso, e di pesante per il popolo. La massima parte dei diritti feudali potendo aver l’impronta di prestazioni territoriali, tutto si sostenne come conservato dalla legge, e la feudalità parve per molto tempo abolita di solo nome. Per cui nelle campagne non solo rimase tutto immutato, ma a pagarne le spese fu proprio l’agricoltura. L’agricoltura molisana, come quella della stragrande maggioranza del mezzogiorno d’Italia, visse in un sistema di arretratezza e senza molte prospettive di sviluppo fino ed oltre il miracolo economico italiano degli anni  ’60 (a cui segue come  relazione di causa-effetto: l’abbandono delle attività nei campi e l’allontanamento della popolazione dai centri nativi – si guardi il fenomeno dello spopolamento delle aree interne – per le grandi città industrializzate soprattutto del nord. E qui potremmo iniziare a trattare un altro capitolo della storia dell’emigrazione italiana…).

Le condizioni di vita della quasi totalità dei molisani, in particolare dei contadini, erano pessime, poiché pressoché ridotti alla fame. Nella Provincia erano quasi del tutto inesistenti le strade e i commerci, non c’era un’industria che si poteva considerare tale, c’era solo qualche bottega d’artigianato, mentre, circa il novanta per cento della popolazione era dedita all’agricoltura.

Tutto era retto da pochi signori proprietari di terreni che da secoli avevamo sfruttato ed oppresso il popolo e che continuavano ancora a farlo indisturbati.

Le condizioni economiche dei molisani con l’ascesa e l’affermazione della nuova borghesia terriera, che sostituì l’aristocrazia ed il clero, ancora più rapace ed oppressore dei primi, peggiorarono addirittura. I contadini dopo i tentativi, anche violenti, messi in atto con ribellioni e lotte per la conquista dei terreni demaniali, repressi con il fuoco dalle forze dell’ordine, per liberarsi da questa nuova schiavitù, pensarono di partire sia per la sopravvivenza ma anche alla ricerca della libertà, condizione di fatto duramente negata in patria.

Questa nuova situazione determinò così non solo l’impossibilità di sopravvivenza dei contadini, ma negò loro anche la prospettiva per una migliore condizione economica e sociale. Sulle condizioni economiche e sociali dei contadini e del proletariato meridionale, Benedetto Croce in un suo scritto, nell’affrontare la questione dei rivolgimenti degli anni ’60 si espresse così:

“Il contadino non ha casa, non ha campo non ha vigna, non ha prato, non ha bosco, non ha armento: non possiede che un metro di terra in comune nel camposanto. Non ha letto, non ha le vesti, non ha cibo d’uomo, non ha farmaci. Tutto gli è stato rapito o dal prete al giaciglio di morte, o dal ladroneccio feudale o dall’usura del proprietario o dall’imposta del comune o dello stato. Il contadino non conosce pan di grano, né vivanda di carne, ma divora una poltiglia innominata di spelta, segale o melgone, quando non si accomuni con le bestie a pascere le radici che gli dà la terra, matrigna a chi l’ama.”[4] 

La situazione delle classi subalterne, pertanto, era di una tale gravità, sotto il profilo sociale ed economico, che solo una concezione politica del tutto nuova, avrebbe potuto modificarla. Ma purtroppo ciò non avvenne.

Questo divenire che dai primi anni successivi all’Unità d’Italia nei fatti non si è mai interrotto, se non per brevi periodi. Un cammino che ha dato al Molise aiuti, speranze, illusioni, sogni. Desiderio di un avvenire migliore per sé e per la propria famiglia.

Un cammino che ha dato al mondo la grande laboriosità dei molisani che  con tanti sacrifici e con grande tenacia, hanno costruito pezzi importanti della storia mondiale del ‘900: Arturo Giovannitti e la lotta per l’emancipazione della classe operaia negli Stati Uniti d’America. Uomini e donne che hanno faticato non poco ad integrarsi nei remoti approdi del loro migrare: l’Argentina, il Brasile, il Venezuela. Che hanno pagato il tributo più alto e ingiusto, in condizioni di lavoro disumane, e spesso con la vita, come testimoniano le grandi tragedie che hanno segnato il cammino: Monongah, Marcinelle… (Antonio D’Ambrosio).

Consulenza tecnica: Luca Basilico

Supervisione: Giulia D’Ambrosio

 

 

 

[1] Fonte: AS CB, Prefettura Gabinetto I, b. 46, f. 1221

[2]  [3]   Rapporto sullo stato del regno di Napoli dopo l’avvenimento al trono di S. M. il re Gioacchino Napoleone per tutto l’anno 1809- Napoli- 1811

[4] Benedetto Croce, Storia del Regno di Napoli, Laterza, 1925 pagg. 337,338.

ARCHIVIO LEFRA ESTERO – CAT. EMIGRAZIONE

Archivio Lefra Estero è un progetto curato dall’associazione Pro Arturo Giovannitti su commissione della Regione Molise.

L’8 maggio 2017, data nella quale ricorre l’anniversario della morte dell’artista di Ripalimosani (CB) avvenuta nel 2013, è stata presentata al pubblico una mostra degli scatti più significativi del fotoreporter molisano. Partendo dalle sue foto si è potuto ripercorrere dei pezzi di storia del popolo molisano che emigra.

La mostra rappresenta la fase intermedia di un progetto triennale di programmazione scientifico-culturale, attraverso il quale si è cercato di intervenire sulla conservazione, la tutela e la valorizzazione del catalogo di Lefra relativo all’Emigrazione regionale. Durante la prima fase si è proceduto con la presa visione del materiale e la catalogazione di tutte le foto. La fase conclusiva, invece, vedrà la pubblicazione di un documento relativo al progetto.

Leonardo Tartaglia, in arte Lefra (1933 – 2013), è stato un fotoreporter ed un fotografo molisano che ha dedicato la sua vita a fermare in centinaia di scatti la vita del Molise, sia sul territorio regionale e sia in terra straniera, immortalando momenti di quotidianità dei molisani all’estero. La produzione delle immagini fotografiche, scattate direttamente o collezionate, permettono di ricostruire un tessuto iconografico che va dal 1800 fino al 2000.

A partire dal 1960 fu inviato dell’agenzia nazionale ANSA, collaborò con il Messaggero e alcune testate giornalistiche regionali. La sua collaborazione con le testate giornalistiche si sposò perfettamente con la sua indole di fotografo e di antropologo. Ciò gli permise di proseguire senza sosta nel documentare il presente e nel catalogare in diversi reportage il suo lavoro. Oggi tutti questi scatti rappresentano per noi un’importante fonte storica, che narrano la storia dei molisani attraverso vividi scatti.

Proprio questa rilevanza storica e antropologica del lavoro di Lefra ci ha permesso di apprezzare tutti gli scatti, anche quelli tecnicamente meno prestigiosi, e di inserirli in un percorso didattico di grande valore.

Numerose sono state le mostre fotografiche che LEFRA ha curato personalmente in Molise e all’estero presso le diverse comunità dei molisani nel mondo. Sono state successivamente riprese, dopo la sua scomparsa, trovando un pubblico ancora più attento e curioso. Si potrebbe dire che le sue mostre sono diventate come un filo rosso che collega il cuore dei molisani che vivono ancora in Regione con quello di chi è andato via tempi addietro nella speranza di una vita migliore.

Oggi la commozione dei più anziani, di quelli che sono stati i protagonisti dell’emigrazione per necessità, si trasforma in curiosità e stimolo alla ricerca delle proprie origini per le 2 e 3 generazioni dei molisani nel mondo.

L’Archivio Lefra Estero, comprende immagini fotografiche catalogate attraverso una digitalizzazione sistematica, le quali opere immortalano: scorci di vita ben cristallizzati nel loro tempo e diventano un’importante testimonianza di come fisicamente erano gli spazi, le mode, l’architettura di un ben preciso periodo temporale.  L’intervento di Leonardo e l’attenzione che egli dedicò alla tematica, offre la possibilità di approcciarsi al contesto dell’emigrazione molisana con l’ausilio di una documentazione dal valore antropologico e culturale.

Nel suo obiettivo sono passati luoghi e persone della nostra regione che emigrarono in Canada, negli Stati Uniti, nell’America del Sud, in Australia ed in Europa a partire dagli anni’46 fino agli anni ’90 e poco oltre. Un lavoro di documentazione che permette di raccontare particolarmente le comunità molisane residenti in Belgio o in maniera più estesa è possibile percepire, scorrendo le immagini, il processo in divenire (il work in progress) della nascente Comunità europea. Per quanto riguarda le Americhe sono i lavori ed i mestieri dei nostri corregionali, piuttosto che le comunità e gli organi istituzionali, a caratterizzare la narrazione.

Leonardo raccolse inizialmente tutto questo materiale fotografico (circa 1500 fotografie) all’interno di una “cartella” intitolata “Estero” e la conservò presso l’archivio di famiglia, separandolo dal “FondoLefra, che la Provincia di Campobasso, nel 2004, acquisì e conserva nella sede della Biblioteca Provinciale “P.Albino” di Campobasso (attualmente chiusa al pubblico).

La mostra “L’emigrazione attraverso gli scatti di Lefra” ha fornito un importante momento di confronto storico, al quale non è mancato il parallelismo sull’attuale fenomeno dell’immigrazione contemporanea. L’allestimento della mostra ha cercato di realizzare una narrazione storiografica separata per sezioni tendenzialmente legate fra loro da una linea cronologica temporale (1861 – 1960), che in estrema sintesi potremmo descrivere: dalla “Civiltà contadina” nell’Italia dopo l’Unità, all’Emigrazione transoceanica (fine ‘800 inizi ‘900), dall’emigrazione regionale a cavallo tra le due Guerre Mondiali al disastro nella miniera di carbone di “Bois du Cazier” Marcinelle – Belgio. All’interno di questo percorso, le immagini provenienti dalla collezione di famiglia e dall’Archivio Lefra Estero, hanno svolto una funzione di apparato iconografico efficace e funzionale per la comprensione e lo sviluppo del racconto.

In appendice alla mostra è stato presentato un raro documentario “Lefra storia di un Fotografo” di e con Mauro Carafa e Leonardo Tartaglia, realizzato all’incirca negli anni ’80.

In video gli interventi di: Antonio D’Ambrosio storico e presidente dell’associazione Pro Arturo Giovannitti; Mauro Carafa giornalista RAI ed autore del documentario “Lefra storia di un fotografo” proiettato nella sala multimediale durante la mostra; Luca Basilico coordinatore tecnico-scientifico del progetto.

Videomaker: Gianluca Praitano (Gropiux)

Redazione:

Consulenza tecnica: Luca Basilico 

Supervisione: Giulia D’Ambrosio

Link del video:

LE DONNE MIGRANTI DAL 1945 IN POI

L’emigrazione del secondo dopoguerra verso i paesi europei, fu caratterizzata dal pendolarismo e dalla stagionalità del lavoro.

Questo fattore divise in due il comportamento femminile: da una parte si tendeva di rimanere a casa (come un tempo), dall’altra si condivideva con il proprio marito l’esperienza migratoria.

Una scelta sicuramente avvalorata dalle politiche familiari messe in atto da alcuni paesi, soprattutto quelli nord europei, promotori di una sistema di welfare state continentale piuttosto che di un “modello di economia familiare” diffuso  lungo la fascia mediterranea (Lo spirito del welfare, Bassi – Pfau Effinger, Franco Angeli 2013).    

Le donne partite dopo il 1945, alcune delle quali non più analfabete, hanno valorizzato il ruolo femminile nel contesto familiare e sociale.

Grazie anche all’attenzione crescente verso le tematiche d’uguaglianza di genere (merito dell’attivismo e delle filosofie femministe); percepirono che il ruolo stesso di madre e moglie dovesse subire un cambiamento,  decisero inoltre di lavorare in ambiti non tradizionali e soprattutto si imposero sul contenimento del numero dei figli.

Attirate dalla cultura della nuova patria e definite Les Promotionelles, contribuirono alla destrutturazione dei valori d’origine e favorirono il cambiamento soprattutto nel modus vivendi familiare.

Nel 1992 un’inchiesta dal titolo – Bambini nascosti – sulla condizione di clandestinità dei figli dei lavoratori stagionali in Svizzera, ha raccontato il clima di xenofobia, i ricatti psicologici sui permessi di soggiorno, la condizione di disagio degli operai costretti a tenere nascosta la famiglia.

Storie di bimbi vissuti nell’illegalità per anni, che respiravano l’insicurezza dei genitori, che avevano imparato a giocare in silenzio, a non rispondere, di giorno chiusi in casa e raramente portati a passeggio.

Bambini che, tornati liberi, erano tormentati dai problemi di apprendimento e dalle difficoltà linguistiche.

Genitori vissuti col dubbio se fosse stato meglio far vivere i propri figli nella clandestinità o in patria con una famiglia monoparentale.

Didascalie foto:

  • Dalla raccolta del Museo interattivo delle Migrazioni di Belluno (Foto 1)
  • Associazionismo ed Emigrazione. Storia delle colonie libere e degli italiani in Svizzera. Toni Ricciardi, Laterza 2013 (Foto2 in alto a destra)
  • Fonte web Inform. Le Locle 1962, Lavoratrici alla Tissot (Foto 3 in basso a destra).

Consulenza tecnica: Luca Basilico

Supervisione: Giulia D’Ambrosio

Rassegna stampa “L’emigrazione attraverso gli scatti di Lefra”

LINK RASSEGNA STAMPA LEFRA – MOSTRA DELL’EMIGRAZIONE

8 – 23 maggio 2017 (target periodo preso in considerazione)

Multimedia:

Lefra, mostra dell’emigrazione “La mia seconda Patria” – 04 – Campobasso – Viaggio in Molise (Telemolise)

https://www.youtube.com/watch?v=QvpsnGJqEo0 (approfondimenti)

https://www.youtube.com/watch?v=kA4qbgobAbo (approfondimenti)

http://www.telemolise.com/view.php?idfilmato=138494310823052017091106&tipo=tg (servizio)

 

Video conferenza stampa di presentazione “Archivio Lefra Estero” e Mostra

https://www.youtube.com/watch?v=DtTyTx0rpFE (1 parte)

https://www.youtube.com/watch?v=fsIpRoZR7Nk (2 parte)

 

Magazine on line

Federazione Italiana Associazioni fotografiche  (http://www.fiaf.net/regioni/molise/?p=537 )

Ufficio Scolastico Regionale per il Molise (Direzione Regionale) (http://www.istruzionemolise.it/index.php?option=com_content&view=article&id=2578:mostra-l-emigrazione-attraverso-gli-scatti-di-lefra-palazzo-gil-8-23-5&catid=38&Itemid=183)

Molise doc: http://www.molisedoc.it/?p=50315

CBlive: http://cblive.it/notizie-molise/lemigrazione-gli-scatti-lefra-allex-gil-la-mostra-fotografica-leonardo-tartaglia

Primonumero: http://www.primonumero.it/attualita/news/1494152860_campobasso-l-emigrazione-attraverso-gli-scatti-di-lefra-la-mostra-al-palazzo-gil.html

Termolive: http://termolilive.news/notizie-molise/lemigrazione-gli-scatti-lefra-tutte-le-attivita-del-23-maggio-giornata-chiusura-della-mostra

Quotidiano del Molise: http://quotidianomolise.com/12-maggio-concerto-di-vittorino-tartaglia/

 

L’emigrazione attraverso gli scatti di Lefra (Leonardo Tartaglia)

 

A quattro anni dalla morte torna  prepotentemente tra noi, come solo lui sapeva fare, Leonardo Tartaglia (27 ottobre 1933 –  8 maggio 2013), meglio conosciuto, nella  nostra regione ed in Italia, come LEFRA. Una lunga ed instancabile vita dedicata alla fotografia ed al reportage  fotografico. Il suo rapporto con questa forma espressiva inizia prestissimo, come mostra l’immagine da piccolo, testimonial della mostra, con a tracollo una macchinetta fotografica. Poi, un regalo di una macchinetta fotografica tutta sua il giorno della sua prima comunione. L’amore per questa relativa giovane arte lo avvolgerà e lo accompagnerà per tutta la vita. La macchinetta gli rimarrà a tracollo per sempre. Non si può immaginare Leonardo senza una o più macchinette che pendevano sul suo petto o sui suoi fianchi. Così “bardato“, con una inseparabile valigetta e con un camper, lo si scorgeva ovunque in questa nostra incantata terra. Nelle sedi istituzionali, su un ciglio di una strada, su una scala, su un balcone, sempre in un improbabile equilibrio fisico, pronto ad essere il primo a documentare, attraverso la fotografia, eventi, luoghi e persone. Aiutava a creare il personaggio il suo colorato modo di vestire, la sua propensione alla socializzazione ed il suo spontaneo ed affabile sorriso.

LeonardoTartaglia, però, non era solo un bravo fotografo, come la sua vasta biografia attesta. Apparteneva  a quella eletta schiera  di fotografi molisani (Trombetta, Pilone, Chiodini, De Vito…) che hanno saputo costruire un enorme archivio fotografico e che ci consente oggi di avere una lettura socio-economica-politica- antropologica della società molisana a partire dagli ultimi decenni dell’ottocento e tutto il novecento.

Egli, nei suoi lunghi anni di attività, con le sue innumerevoli iniziative, girando in lungo ed in largo il Molise ha documentato, in modo quasi maniacale, ogni personaggio, ogni luogo, ogni iniziativa di valore culturale che si sono svolte nei nostri centotrentasei Comuni. Non tralasciando mai, ovunque si recava, di recuperare le altre memorie fotografiche di quella comunità, acquisendo sia da privati o dai vecchi fotografi l’archivio del luogo. Questo enorme patrimonio costruito negli anni, con lungimiranza, la Provincia lo ha acquisito mettendolo a disposizione di studiosi e dei molisani.

Ben altra cosa è l’archivio sull’emigrazione che vi proponiamo.

Leonardo, per un ancestrale motivo, che solo un molisano può capire,  non se n’è voluto separare.

Perciò, la Regione, attraverso l’ufficio Rapporti con i Molisani nel Mondo e la Presidenza del Consiglio Regionale, in collaborazione con la  famiglia Tartaglia, ha voluto far conoscere quest’altra parte del patrimonio iconografico dei molisani, visto e documentato da Leonardo.

Per queste ragioni oggi siamo qui con voi. Per  le stesse ragioni oggi ci sentiamo anche di dire di essere riconoscenti e grati a Leonardo, per l’amore, la passione, la professionalità che ha messo per la fotografia e per la gente della sua e nostra terra!

 

Antonio D’Ambrosio

I molisani nel mondo, oggi

I molisani nel mondo sono una realtà consistente, diffusa, integrata nei paesi di immigrazione.

E’ difficile, però, determinare esattamente il loro numero.

Coloro che, dall’estero, hanno conservato la cittadinanza sono oltre 60.000.

Almeno il doppio sono coloro che, nati in Molise, vivono oggi all’estero.

Con grande approssimazione e considerando la discendenza arrivata ormai alla terza generazione si può parlare di 500 – 600.000 persone.

Un Molise fuori dal Molise che spesso ha rafforzato la presenza degli interessi anche economici della nostra regione all’interno del contesto economico globale.

Un importante esempio è dato dal contributo avuto dai nostri corregionali all’estero nella formazione di un mercato mondiale delle industrie alimentari molisane. E’ una presenza numerosa, quella dei molisani, anche se non uniforme ed omogenea.

Sicuramente l’emigrazione del secondo dopoguerra ha prodotto legami associativi e rapporti più forti con la terra d’origine rispetto a quanto avvenuto per l’emigrazione di inizio Novecento. La stessa regione Molise ha sentito l’esigenza di ricercare i suoi emigrati per poter creare un network di tutti i molisani all’estero. Ha giocato un ruolo importante in questo caso lo sviluppo di reti di comunicazione e telecomunicazione.

Ad ogni modo i molisani nel mondo hanno conservato significative forme di cultura identitaria.

Ciò soprattutto attraverso le Associazioni che hanno permesso all’emigrante di incontrare persone con la stessa origine, la stessa lingua e le medesime tradizioni. Un fattore questo molto importante se si tiene conto che molte volte l’emigrato molisano doveva scontrarsi con un ambiente lontano ed estraneo in cui la diffidenza verso lo straniero impediva l’integrazione tra le persone.

Altro elemento distintivo identitario dei molisani nel mondo è la conservazione di una radicata tradizione religiosa.

La maggior parte delle associazioni che hanno dimensioni comunali porta il nome del santo patrono del paese di origine e vengono onorate le feste religiose come in patria. A tal proposito nominiamo il Cercemaggiore Community Club di Waterbury, Connecticut. Questa associazione nasce da un nutrito gruppo di emigrati cercesi, i quali ogni anno festeggiano la Festa della Madonna della Libera, propria del paese di origine, rispettandone a pieno le tradizioni.

Un ultimo sguardo su un’altra peculiarità dei molisani all’estero: l’alimentazione.

Essa segue i canoni tradizionali dei paesi di origine.

Pasta, olio, vino, preparazione casalinga della salsa, degli insaccati.

Il Natale secondo i canoni tradizionali, la Pasqua con l’agnello, perfino, per finire, la Tavolata di beneficenza in onore di S. Giuseppe il 19 marzo.

 

Il dramma di Marcinelle

8 AGOSTO 1956 ORE 8:20

MARCINELLE
BELGIO

Erano lì già da un po’ di anni i nostri minatori.

In quel posto sperduto della Vallonia, in Belgio, a Charleroi.

Lavoravano nel sobborgo operaio della cittadina chiamato Marcinelle.

Loro, come i tanti italiani presenti nelle miniere di mezza Europa negli anni ’50, erano invogliati dal bisogno e dal governo ad andare a lavorare all’estero.

Il viaggio verso il Belgio era pagato dallo Stato italiano, in virtù del patto bilaterale concluso con il Belgio nel 1946.

L’Italia si impegnava ad avviare 5.000 lavoratori l’anno  nelle miniere belghe.

Il Belgio corrispondeva al nostro Paese una quantità di carbone per le acciaierie.

I minatori vivevano in baracche ricavate dagli alloggi rinvenuti negli ex lager nazisti, venivano sottoposti ad accuratissime e severe visite mediche.

Le condizioni di lavoro erano brutali.

Scendevano in miniera fino a 1350 mt. di profondità per estrarre il carbone. La temperatura raggiungeva i 42 °C.

Le gallerie erano alte 3 metri e larghe 3 in media. Si era costretti a lavorare, però, anche in cunicoli ben più angusti, ai limiti della sopportabilità umana.

Il materiale utilizzato veniva spostato con carrelli trainati da cavalli e asini. Il carbone veniva portato alla superficie con un ascensore a quattro piani.

Per scavare le gallerie veniva usata la dinamite. Attraverso il buco praticato poteva passare il gas letale (grisù). La lampada a olio, simbolo dei minatori, segnalava loro, con lo spostamento della fiamma, la presenza o l’assenza del gas.

Molti di loro, dopo una vita di durissimo lavoro, spesso facendo i pendolari tra l’Italia, dove erano rimaste le famiglie, e il luogo di lavoro, oppure dopo essersi definitivamente stabiliti in Belgio, in Svizzera, in Germania, morivano prematuramente, sovente alle soglie dell’agognata pensione, per malattie respiratorie, silicosi perlopiù e neoplasie legate al lavoro in miniera effettuato per anni senza alcuna protezione.

Quella mattina dell’8 agosto del 1956 a Marcinelle, nella miniera di carbone Bois du Cazier ebbe luogo uno dei più terribili incidenti minerari della storia recente.

Alle 8:10 un macchinista addetto ad una delle gabbie del pozzo di estrazione si accorse che essa si era improvvisamente arrestata e non rispondeva più ai comandi.

Il carrello aveva tranciato i fili della corrente elettrica e della condotta dell’olio.

Il corto circuito provocò un incendio che si propagò rapidamente ai cantieri sotterranei.

Dei 275 lavoratori presenti in miniera solo 13 riuscirono a salvarsi, gli altri andarono incontro ad una fine orrenda.

Morirono asfissiati, non avendo in dotazione neanche le maschere antigas.

Le ricerche e i soccorsi andarono avanti per giorni, ma senza risultati.

262 i morti, 136 gli italiani, 7 i molisani.

Fu aperto un processo per accertare le responsabilità, ma i dirigenti della società mineraria vennero assolti.

La colpa fu attribuita all’addetto alla manovra del carrello.

I lavori nella miniera di Marcinelle ripresero nell’aprile del 1957 e continuarono ancora per altri 10 anni e fino al 9 dicembre del 1967 quando venne definitivamente chiusa.

L’ultima miniera della Vallonia, quella di Roton, continuò a lavorare fina al 30 settembre 1984 grazie anche ad una forte presenza di manodopera italiana.

I morti di Marcinelle non furono purtroppo gli unici italiani periti in quegli anni nelle miniere del Belgio.

Complessivamente dal 1947 al 1963 furono 867 i nostri connazionali che pagarono con la vita le proibitive condizioni di lavoro all’interno delle miniere.

7 furono i molisani che l’8 agosto del 1956 morirono nella miniera di Bois du Cazier

–       CASCIATO FELICE  – S. ANGELO DEL PESCO

–       CICORA FRANCESCO – S. GIULIANO DI PUGLIA 1908

–       GRANATA FRANCESCO – FERRAZZANO 1916

–       GRANATA MICHELE – FERRAZZANO 1913

–       MOLITERNO MICHELE – FERRAZZANO 1917

–       NARDACCHIONE PASQUALE – S.GIULIANO DEL SANNIO 1930

–       PALMIERI LIBERATO – BUSSO 1920.

Due di essi, Granata Francesco e Michele erano fratelli.

La salma di Francesco Cicora, invece, coma quella di tanti altri, non è stata mai ritrovata.

I suoi cari devono accontentarsi di portargli dei fiori su una delle tante lapidi presenti nel cimitero di Marcinelle che recano la dicitura “INCONNU”(sconosciuto).

UN CAMMINO NELLA MEMORIA
Un lungo e certosino lavoro nel ricordo collettivo della tragedia di Marcinelle ha portato a realizzare negli anni 2001 e 2002 un tributo importante alla memoria dei caduti molisani.

Il Primo Maggio del 2001, grazie all’interessamento delle istituzioni e di tanti molisani comuni, in particolare dei Signori Anna Di Nardo (Console Regionale dei Maestri del Lavoro del Molise) e Giuseppe Ruffo, il Governo ha conferito ai sette minatori nostri corregionali scomparsi a Charleroi la Stella al Merito del Lavoro.

Nel 2002 il Consiglio dei Ministri ha dedicato l’8 agosto di ogni anno al ricordo del sacrificio del lavoro italiano nel mondo.

Nello stesso anno, proprio l’8 agosto, grazie al Progetto Marcinelle portato avanti dal Consolato Regionale del Molise dei Maestri del Lavoro e dalla Federazione Maestri del Lavoro d’Italia, patrocinato dal Ministero degli Italiani nel mondo, è stata donata al Museo della Memoria che si trova proprio nella miniera una campana fusa dalla Pontificia Fonderai Marinelli di Agnone.

La campana porta il nome di Maria Mater Orphanorum, in ricordo dei 406 orfani dei minatori.

Alle 8:10 di ogni anni, l’8 agosto, la campana suona 262 rintocchi per i minatori deceduti, altri 10 per i caduti di tutte le miniere nel mondo, infine suona a distesa in onore delle vedove e dei figli per richiamare le genti a meditare su quanto accaduto 61 anni fa a Marcinelle.

 

L’emigrazione dal Molise

 L’emigrazione è l’elemento più omogeneo della storia recente del Molise e ne ha profondamente contrassegnato l’evoluzione sociale.

Si possono agevolmente distinguere tre periodi all’interno del flusso migratorio della regione, come per quello dell’intera nazione:

  1. 1870/1890
  2. 1900/1915
  3. 1945/1970 – 80.

Come dato di insieme si può affermare che, in base ai numeri ufficiali, disponibili dal 1876 in poi, gli espatri dal Molise fino agli anni ’70 – ’80 del ‘900, sono quantizzabili  in circa 600.000.

Un dato che, però, è limitato, poiché non tiene conto degli espatri avvenuti prima del 1876, delle numerosissime partenze clandestine e delle visite temporanee a parenti già emigrati che venivano poi trasformate in installazioni permanenti.

La metà degli esodi ufficiali è avvenuta durante la prima grande ondata migratoria (1870 – 1915), un terzo nel periodo che va dal 1945 al 1970, il resto nell’intervallo tra le due guerre mondiali e dagli anni ’70 in poi.Sempre in via generale, l’emigrazione molisana si connota come manifestazione precoce rispetto alle altre aree italiane coinvolte, diffusa in maniera capillare su tutto il territorio regionale, originale nelle sue variegate e concorrenti motivazioni.

Riguardo a queste ultime appare utile soffermarsi su alcuni elementi che più di altri hanno contribuito alla “diaspora”.

Innanzitutto vi era nei molisani di fine ‘800 una già forte predisposizione alla “pendolarità” data dalla pratica secolare della transumanza.

Non era perciò inconsueto, anzi al contrario era la regola, che gli uomini fossero lontani da casa per procurarsi il sostentamento per vivere.

La situazione economica e sociale già difficile del Molise subì un notevole aggravamento con l’unificazione del Regno d’Italia che accentuò l’arretratezza della sua struttura basata essenzialmente sul sistema silvo – pastorale. Un sistema che entrò in crisi nella fase della “piemontesizzazione” del sud Italia.

Il background fattuale e culturale della regione, organizzata istituzionalmente nell’unica Provincia di Campobasso, si scontrò con scelte legislative che quando vi furono, si rivelarono sbagliate e lontano dalla peculiarità molisana e del Mezzogiorno d’Italia.

Tutti elementi che videro accrescere nei molisani la determinazione di compiere l’unica scelta che a loro appariva possibile: la fuga dal bisogno e la costruzione in terre lontane di un futuro migliore.

Un altro elemento caratterizzante dell’esodo molisano, riscontrabile soprattutto nel primo periodo analizzato è costituito dalla scelta dell’abbandono per motivazioni politiche.

Tra i primi ad emigrare furono i contadini, poi gli artigiani ed alcuni professionisti.

Alla fine dell’800, spentosi il fenomeno del brigantaggio e dopo l’azione di repressione del nuovo Stato borghese, si formarono soprattutto nell’Alto Molise oltre che nelle aree confinanti con la Puglia, le prime correnti socialiste che si integrarono con le rivendicazioni sociali già presenti.

Agnone, non a caso, è considerata la patria dei pionieri dell’emigrazione molisana. Nel 1870 i suoi abitanti furono i primi a partire per l’Argentina. Al contempo la città che ha dato al flusso migratorio il maggior contributo quantitativo.

Attualmente Agnone ha 6.000 abitanti e si calcola che circa 20.000 agnonesi siano sparsi per il mondo.

Anche per questi motivi, oltre che per la compattezza della comunità agnonese all’estero la Prima Conferenza Regionale dell’Emigrazione si è svolta proprio ad Agnone nel 1986.

Tornando ai motivi politici dell’espatrio, questi connotarono la migrazione molisana come percorso di inserimento dei nostri conterranei nei flussi del mercato mondiale del lavoro e nel filone della ricerca di condizioni di vita più adeguate al mondo moderno.

Modelli culturali e sociali, questi, che approderanno, poi, nella terza ondata migratoria del secondo dopoguerra.

 

In treno verso l’Europa. Dal 1945 in poi.

Se i bastimenti furono il simbolo dell’emigrazione dalla fine dell’ottocento e fino alla prima guerra mondiale, la terza grande ondata migratoria che ebbe inizio nel secondo dopoguerra vide nel treno il suo emblema di viaggio.

La terra promessa si spostò sul continente europeo, anche perché i Paesi d’oltreoceano iniziarono una politica di limitazione degli ingressi di immigrati.

Il treno e la valigia di cartone per espatriare da un Paese da ricostruire, devastato dalla guerra, senza solide infrastrutture e senza materie prime, soprattutto.

Per questo motivo dagli anni Quaranta in poi gli emigranti italiani, anche tramite l’intervento regolatore del governo, che vedeva nell’emigrazione una risorsa fondamentale per la ricostruzione, scelsero il continente europeo e le sue miniere per garantirsi un avvenire migliore.

La Francia, la Germania, il Belgio.

Queste nazioni, con la lenta ripresa economica, dopo aver impiegato tutta la manodopera disponibile sul mercato del lavoro interno, aprirono le porte ai lavoratori degli altri Stati. Mai come nel dopoguerra l’emigrazione di massa diventa una politica voluta, sollecitata e fortemente controllata dallo Stato in quanto valida soluzione a numerose questioni sia di politica interna che esterna. In Italia era forte il bisogno di placare la crescente tensione sociale dovuta principalmente alla povertà, collocando la forza lavoro italiana in un mercato ricco di domanda. Questo sbocco fu trovato grazie agli accordi bilaterali, vero e proprio scambio tra uomini e carbone. L’equazione pensata dal governo era semplice: forze lavoro giovani, sane, produttive in cambio di materie prime, di cui il Bel Paese scarseggiava. Così vennero conclusi accordi con i maggiori paesi d’emigrazione quale l’Argentina, l’Australia, ma in modo particolare con i vicini paesi europei, il Belgio, la Francia, la Svizzera: tutti si assicuravano la loro quota controllata di lavoratori[1]. In questo modo l’Italia, che usciva perdente dal conflitto, poteva recuperare prestigio internazionale, vantandosi di aver contribuito, grazie alle enormi masse di forza lavoro messe a disposizione, alla ricostruzione dell’Europa liberata.  Solamente in due anni, tra il 1946 e il 1947, partirono per le miniere della Francia e del Belgio, quasi 84mila italiani, la maggior parte provenienti dal Veneto, dalla Campania e dalle regioni del Sud. L’incredibile flusso di “rimesse” di denaro inviate in Italia da questo esercito di lavoratori, costituiva una ricchezza irrinunciabile che permise all’Italia di pagare i debiti internazionali, di acquistare materie prime e avviare la rinascita economica. Il rovescio della medaglia era costituito da un’incapacità delle classi dirigenti italiane di progettare un piano per risolvere i problemi strutturali dell’economia italiana.

Invece di collocare le proprie forze lavoro in una pianificazione nazionale dell’economia, si preferì la via tradizionale dell’emigrazione.

Così mentre in Italia l’emigrazione provocava degli squilibri demografici e disfunzioni nelle economie regionali, in altri paesi, grazie all’apporto lavorativo degli italiani, venivano riequilibrate tutte le attività economiche della vita collettiva.

I migranti italiani nel secondo dopoguerra hanno dato un contributo fondamentale alla costruzione dello stato sociale in Europa e allo sviluppo delle solidarietà interculturali, grazie al loro impegno sindacale, ai loro sacrifici di sangue e di sudore.

 

[1] Per maggiori informazioni visitare il sito http://www.cestim.it/ con approfondimento “Panorama storico dell’emigrazione italiana nel secondo dopoguerra. Le migrazioni verso Belgio, Francia e Germania.”